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Crisi in Egitto PDF Stampa E-mail
Domenica 06 Febbraio 2011 00:00

La crisi in Egitto farà crescere il prezzo del petrolio?

I disordini in Egitto porterà a ripercussioni economiche sul prezzo del petrolio?

La risposta è incerta, ma il rischio concreto c’è e già in questi giorni si è manifestato facendo salire il petrolio Wti oltre i 92$ a barile, con un prezzo obiettivo che in questo momento si aggira sui 100$ a barile.

Il rischio non è solo legato alla produzione petrolifera dell’Egitto, ma è legato soprattutto al possibile contagio dell’area Medio Orientale  senza dimenticare che il 10% della produzione mondiale di petrolio passa attraverso il canale di Suez. Circa due terzi delle riserve mondiali accertate di petrolio e quasi la metà delle riserve di gas sono in Medio Oriente; il rischio geopolitico nella regione può quindi provocare brusche impennate dei prezzi petroliferi in grado di generare ripercussioni in tutto il mondo, con un rischio concreto di innescare cicli recessivi a livello mondiale.
Tre delle cinque recessioni globali del passato sono scaturite da uno shock geopolitico in Medio Oriente che ha provocato un rincaro del petrolio e il prezzo del greggio ha avuto un ruolo anche negli altri due casi.

 

E’ chiaro che in una economia ancora fragile dal lato dei consumi e dell’occupazione, uno scenario di forte e brusca impennata dei prezzi mette in serio rischio l’attuale processo di uscita dalla recente recessione iniziata dal fallimento clamoroso della Lehman Brothers.

Non sappiamo oggi se e come si verificherà una situazione di contagio politico in Medio o se questo potrebbe addirittura estendersi anche oltre la regione Medioreientale; ad esempio, un produttore di petrolio importante come il Venezuela potrebbe essere coinvolto da una "rivoluzione dei gelsomini"?. Né possiamo oggi ancora ben prevedere se il rischio di interruzione della fornitura di petrolio provocherà un incremento consistente dei prezzi.

Sul piano umano e sociale credo che tutti siano solidali allo sradicamento di quei governi governanti legati a corruzione, povertà, alti tassi di disoccupazione e disparità di reddito e tutti ci auspichiamo una positiva evoluzione democratica e sociale di quelle masse oggi ancora oppresse dai regimi totalitari. Ma esiste il rischio che l'assalto alle autocrazie mediorientali abbia come risultato l'instaurazione non già di democrazie stabili, ma di regimi ancora più instabili e radicali. Le recenti esperienze di "libere elezioni" e "democrazia" in Medio Oriente hanno spesso deluso le aspettative e portato ha situazioni spesso ancora più instabili: la rivoluzione iraniana ha permesso l'insediamento di un regime autoritario e oppressivo controllato da fondamentalisti islamici; le elezioni a Gaza hanno fatto crescere il potere del movimento radicale Hamas; il Libano ha visto il successo di Hezbollah, uno "stato nello stato" radicale e bene armato; e l'invasione statunitense dell'Iraq ha portato una guerra civile e una pseudodemocrazia instabile.

Quindi se da un lato è sicuramente auspicabile che gli eventi come quelli della Tunisia e dell’Egitto sfocino in una transizione ordinata verso nuovi regimi stabili e democratici, l’altra faccia della medaglia e legata al rischio di esiti più instabili e radicali. Queste tensioni e il conseguente rischio di ulteriori impennate dei prezzi energetici rappresentano un grave pericolo per un'economia globale in affannosa ripresa dalla crisi finanziaria e dalla recessione più gravi degli ultimi decenni.